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Visioni di Gesù con Afrodite

TRAMA: Un Gesu’ giovinetto in tunica bianca guarda stupito un’ Afrodite appena uscita dalle spume del mare,incontra Maria di Magdala che gli insegna a ballare, s’imbatte in una matta in delirio e la calma con un abbraccio. Questo nuovo gioiello di Giuliano Scabia non è la storia di un’educazione sessuale, ma l’imprevedibile ritratto affettuoso di un figlio di dio che non conosce la natura umana di cui si è rivestito e dubita di essere capace di realizzare i miracoli e di affrontare un destino di sacrifici. Il buon Giuda forse crede più di lui e lo tradirà per amore. Ma c’è anche una ricomparsa finale di Afrodite e un addio prima che i due scompaiano in diverse direzioni. Insieme al Teatro Vagante di Scabia.

CAST: Geppy Gleijeses, Marianella Bargilli e Lorenzo Gleijeses.

NOTE: In questo spettacolo Marianella Bargilli ha interpretato i due personaggi, Afrodite e Maria di Magdala, cosi’ come segnalava nel testo l’autore Giuliano Scabia.

Scheda Spettacolo: Regia Geppy Gleijeses, Autore Giuliano Scabia, Scene Paolo Calafiore, Costumi Adelia Apostolico, Luci Luigi Ascione, Musiche Matteo D'Amico e Geppy Gleijeses, Coreografie: Augusto Omulù dell'Odin Teatret.

15 Luglio REGGIO CALABRIA
16 Luglio REGGIO CALABRIA

Lo spettacolo sarà ripreso nel maggio del 2007 presso il Teatro Vittoria di Roma

Vi consigliamo di visitare i link sottostanti per maggiori informazioni.

Marianella Bargilli Official Forum
Teatro Stabile di Calabria

NOTE DI REGIA: Di cosa stiamo trattando? Su cosa abbiamo lavorato e su cosa continueremo a lavorare noi tutti, in gruppo e separatamente, con anima, mente e corpo? Su un testo lieve come acqua di mare, come frammenti di stelle, scritti a più riprese dal creatore del Teatro vagante (“l’idea di un carro di Tespi ridotto ai minimi termini”) che con giganti di cartapesta, cavalli di legno caracollanti, e le figure sempre ricorrenti della Morte, dell’Angelo, del Soldato, del Demonio , va in cerca di storie, di apparizioni fantastiche, regalandoci un testo in cui più volte si interroga sulla necessità di recitare alcune parti, consigliano addirittura di non recitarne una “a meno che la situazione non lo richieda”? Scabia ci riconduce alla forza di un “teatro povero”, “di stalla”, “dei burattini”, all’entusiasmo di una recitazione sommaria, all’allegria della filodrammatica – “la Commedia del Gorilla Quadrumàno”-. Uno stile di scrittura e di vita che ci richiama dolcemente ma inesorabilmente, alla necessità di un teatro artigiano, tavola tavola, chiodo chiodo, cuore, testa, stomaco. Scabia ha scritto, a mio avviso, molto di più, di quanto noi credevamo all’inizio e forse di quanto egli stesso sapesse. È alla prova della messinscena che il testo si palesa e così o muore o, peggio, sopravvive, galleggia. Visioni è esploso e le sue schegge ci hanno scaraventato in un mondo lontanissimo da noi, ma che è dentro di noi. Abbiamo fatto i conti con la nostra fede e i nostri dubbi osservando un Dio fatto uomo che come Amleto afferma: ”Vedo il destino del mondo sopra le mie spalle. Non distogliermi. È segnato. E un incubo”. Non è quel Dio che ci hanno fatto conoscere, non è il Gesù vendicatore, sicuro e potente di cui ci ha parlato Matteo, è un ragazzo pieno di dubbi, tormentato da visioni e tentazioni, un giovane che scopre la sua sensualità, che fa i conti con i suoi limiti, che ama Giuda più di ogni altro e non gli interessa il suo tradimento ma solo il suo destino. È il Gesù che abbiamo sempre amato e che non conoscevamo, l’uomo solo di fronte al destino suo e di tutti gli uomini. Egli cerca suo padre, “così immenso e lontano”, a volte lo trova, a volte no. Come ogni figlio vorrebbe sentirsi più amato e meno solo. È dio fato uomo, è l’ectoplasma del Dio che è dentro di ognuno di noi. E non sfugge al suo destino, incredulo compie miracoli, viene tentato dai demoni – che forse sono la proiezione di noi stessi-, spezza il pane e beve il vino-sangue, muore sulla Croce e risorge. È tutto quello che dev’essere e che conosciamo, ma è anche miracolosamente nuovo. Altro che non recitare delle scene, non siamo riusciti a rimuovere una parola! E c’è la gioia di una Dea sempre giovane e sempre vergine che si lascia possedere assecondando l’esplosione del suo corpo e dei suoi sensi, che viene dal mare (il mare che quel ragazzo cresciuto sui monti ha sempre desiderato inutilmente), testimone di una religione felice e vendicativa, panica e terribile, ma in una parola allegra e posseduta dalla Natura. Ci comunica la sua felicità e naturalezza a contrasto con un destino di morte, sofferenza, resurrezione e riscatto. Il nostro cammino era solo possibile spogliandoci tutti dei paludamenti delle convenzioni e dell’istituzione teatrale. È quanto abbiamo fatto cercando di ritornare alla purezza primitiva degli elementi. Il fuoco, la terra, il mare, l’acqua, il sangue. Un gruppo di giovani trentenni alcuni provenienti da esperienze molto diverse, e tra essi ci sono uno spagnolo e un greco, un contastorie settantenne, un regista-attore cinquantenne, il depositario dei segreti di una danza tribale come l’Orisha – il brasiliano dell’ Odin Augusto Omolù – e tutti gli altri. È un gruppo molto compatto e stimolante che, cementatosi in questa esperienza, sono certo resterà insieme. In questo clima di piena libertà creativa e testuale mi sono permesso di sollevare mio figlio che interpreta Gesù dal peso della Croce, morendo io padre al suo posto, evitandogli l’ultima sofferenza del Calvario. Mah: che il Signore ci perdoni. Geppy Gleijeses

VISIONI DI GESU’ CON AFRODITE
Gesù e l’amore, forse
di Franco Quadri

All’inizio di questo testo s’impone un’immagine semplice e poetica. Un Gesù giovinetto in tunica bianca e una Afrodite nuda, appena uscita da quelle spume del mare da cui il mito la volle far nascere (ma la sua reale identità ci viene dichiarata solo dal titolo). Due dèi freschi, ancora nuovi alla vita, in qualche modo in- coscienti del loro essere, anche lei per quanto la sua naturalità femminile la faccia apparire più disinvolta: lui che sa soltanto di essere stato inviato sulla terra da molto in alto a morire per amore dell’umanità; lei, che l’idea dell’amore incarna, pronta a negargli la capacità di toccare un tema del genere senza avere mai ‘conosciuto’ una donna. Eppure si guardano e si piacciono, per quanto il figlio di Dio passa dubitare di trovarsi di fronte alla proiezione di un suo desiderio; e la sfugge.
Ma la visione, suggerita dalla purezza incantata e deliziosamente infantile che investe Giuliano Scabia quando scrive delle grandi cose della vita, cattura chi legge, tanto da non permettergli di staccarsi dalla pagina finché il racconto non arriva alla chiusura, ponendoci di fronte a un ultimo colloquio tra i due, prima che rientrino ciascuno nella propria orbita, mitologica o religiosa che sia. Ma, subito dopo la scena d’apertura, Gesù incontrerà una seconda donna in apparenza molto simile alla prima, Maria di Magdala, professionista dell’amore, che trova infestata dai diavoli; e allora la esorcizza e lei per contraccambiare gl’insegna a ballare, e gli fa sentire il fuoco del suo corpo. Seguirà subito l’irruzione di una matta in delirio, da lui subito calmata con un abbraccio, a completare il trittico delle provocazioni femminili con cui, senza ingenuità né malizia, l’autore si preoccupa di confrontare Gesù per rispondere in modo più diretto aIIe esigenze fisiche della natura scelta per la sua avventura umana, da cui la Chiesa ha cercato a posteriori di proteggerlo riducendolo a cocco dì Madonna con contorno di pie donne, forse per adesione alla teoria di quell’ apostolo che, nel testo, al momento della resurrezione, dirà che il figlio di Dio sceso in terra non poteva che essere a un tempo totalmente uomo e totalmente donna.
Ciò che dà senso e verità a questa figura è il suo sapere soltanto a cosa destinata, ma rimanendo continuamente costretta a chiedersi come arrivarci, in preda al dubbio sulle proprie capacità reali di essere in grado di realizzare quei che d lui ci si aspetta. E infatti questo Gesù aspetta quattro giorni la morte di Lazzaro, senza guarirlo da vivo per potersi mettere alla prova di fronte alla morte, dato che dovrà affrontarla ben presto di persona e non si sente neppure sicuro di ottenere dal Padre i mezzi per resuscitare l’amico. Ritrovarsi uomo significa per lui non avere le certezze dell’entità superiore, tanto da evitare fino all’estremo a ricorrervi: dubita infatti prima di tutto di se stesso, ma anche delle visioni che Io ossessionano e che confonde spesso con tentazioni,e forse, come i miracoli che gli vengono attribuiti, lo sono (“Siamo certi che non vengano da dentro di noi? Da noi, dico.”)
Un altro da sé in cui specchiarsi lo trova allora, nelle pagine centrali del mistero rivisitato, in Giuda, l’unico che il protagonista gratifica dell’aggettivo “amato”: Giuda, personaggio profondamente umano e ansioso di credere, che gli rimprovera il dubbio, lo incita alla fede e, non riuscendo più a cogliere una logica nelle contraddizioni del maestro, finisce per trovare in quella che ormai arriva a giudicare un’impostura la giustificazione per un tradimento causato da un eccesso di buonafede.

GIUDA Non voglio questo pane. Tu stai solo facendo una rappresentazione di te stesso per noi. Stai cercando di imprimerci il tuo potere attraverso il ricatto della tua morte.
GESU’ E’ vero. Tu l’hai capita, Jude, l’essenza dei sogni e delle visioni. Ma ora ti sei escluso. Non vuoi più giocare con me.
GIUDA Non è un gioco. Non ti credo, è vero. Non credo al tuo incantamento. (…)
GESU’ Non morire, Giuda, non morire. Continua a giocare con me. Non smettere di credere.
GIUDA E tu, ci credi ancora?
GESU’ Si, io ci credo. (Giuda sorride, ma si vede che è triste). Poco fa ho sentito un brivido. Ho percepito la tua paura per avere visto il vuoto.

E’ questa scelta di un linguaggio quotidiano contemporaneo per rendere il sacro ed esprimere una supposta verità che ha cambiato il modo di farci aderire a una cronaca ispirata che ai toni drammatici preferisce la levità della fiaba; e difatti alla Cena fa seguire una lezione di ballo di Maria di Magdala a Gesù, mentre gli altri commensali cantano, e intanto si organizza la partenza per Gerusalemme e quindi il cammino verso la Via Crucis, che non perderà i caratteri di immediatezza quotidiana di tutta l’azione.
La stessa impronta viene trasmessa anche al discorso della montagna, in uno degli intermezzi di riflessione, commento o completamento, che s’infilano nell’azione; e se non tutti sono da recitare, e l’autore ammette di averne a volte saltato alcuni nelle esecuzioni da lui curate, si tratta di sezioni utili anche alla lettura per la loro complessità di piani e le aperture e gli accostamenti che consentono, scindendo anche gli interventi dei supposti interpreti da quelli dei personaggi. E, proprio alla fine della scena con Giuda appena citata, compare anche un breve brano poetico dell’Insurrezione dei semi. Non a caso anche questa storia confrontata con spezzoni di ipotetica realtà rivissuta da vicino con vivo senso dell’immaginario, si rivela nelle sue ultime sequenze uno degli episodi del Teatro Vagante, il lungo viaggio iniziato da Giuliano Scabia negli anni ’60 e già quasi giunto alla trentesima puntata, sulla scena e nella mente, tra terra e cielo. Un percorso per attori, e per dèi.

 

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